Investire sul Sud come la Germania fece sull’Est

Proponiamo una sintesi dell’ottimo articolo di Isaia Sales su La Repubblica di lunedì 29 marzo. Sales sottolinea come sia fondamentale non perdere l’occasione del Recovery Fund per iniziare a colmare il divario tra Nord e Sud del nostro paese. L’occasione di ripetere un nuovo miracolo economico.

In Europa, a partire dal secondo dopoguerra, ci sono stati solo due imponenti tentativi di recupero di vaste aree sottosviluppate all’interno della stessa nazione. Si tratta del Sud d’Italia (dal 1950 in poi) e della Germania dell’Est (dal 1990 ad oggi).

Gli investimenti: per il Sud d’Italia in cinquantotto anni, cioè dall’avvio della Cassa del Mezzogiorno nel 1950 al 2008 (cioè fino all’inizio della crisi economica globale che ha chiuso definitivamente qualsiasi politica pubblica per il Sud, fondi europei di coesione a parte) sono stati investiti circa 340 miliardi di euro.

In Germania dell’Est in 30 anni si è investito quasi 5 volte in più di quello che si è investito in circa 60 anni nel Sud d’Italia, cioè tra i 1500 e i 2000 miliardi di euro. In Germania dell’Est hanno pompato 60 miliardi di euro in media all’anno, nel Mezzogiorno 6 miliardi l’anno.

La Germania ha investito nel suo “Mezzogiorno” tra il 4 e il 5% del PIL, L’Italia l’1% per tutto il periodo del cosiddetto “Intervento straordinario”, chiusa la Cassa del Mezzogiorno c’è stato un ulteriore calo.

Quali i Risultati? Nel 1989 il Pil per abitante della Germania Est era la metà di quello della Germania Ovest, nel 2009 era salito a due terzi, nel 2018 al 75,1%. Il problema non è del tutto risolto, esistono ancora divari salariari e occupazionali, ma ora il divario è più che dimezzato.

E il confronto con il Sud d’Italia? Prima della pandemia, cioè nel 2019, il Pil per abitante nel Mezzogiorno italiano è ancora pari al 55% rispetto a quello del Centro-Nord. Il tasso di disoccupazione, è stato del 17,6% nel Sud e del 6,9% nella Germani dell’Est; in particolare la disoccupazione giovanile è stata del 45,5% nel Sud, e solo dell’8,6% nella Germania dell’Est.

Che insegnamenti se ne possono trarre?

  1. Ogni divario tra diverse parti di uno stesso Paese è superabile, e lo si può fare (se lo si vuole) in pochi decenni;
  2. Il ritardo economico non è un fatto antropologico, non appartiene alla razza, all’indole, al carattere, al clima. Infatti fino al 1949, cioè all’atto formale della divisione della Germania in due entità statali distinte, la Germania dell’Est era la parte più sviluppata, una delle realtà industriali più avanzate d’Europa. Nel 1937 i territori che poi diventeranno la Germania dell’Est avevano il reddito per abitante più alto in Europa, superiore del 27% rispetto ai territori della Germania dell’Ovest;
  3. Non è vero che i soldi spesi nelle aree più arretrate sono uno spreco, una perdita per lo Stato e per i territori più ricchi. Colmare i divari economici è una operazione che si ripaga ampiamente, è un affare per tutti e non un sacrificio.

Il periodo in cui il nostro Paese è cresciuto a tassi elevatissimi (1950/1980) corrisponde al periodo in cui decollava anche il Sud grazie agli investimenti della Cassa del Mezzogiorno.

La Germania di oggi è di gran lunga la nazione europea economicamente più ricca, e più ricca di quanto lo fosse nel 1989, prima dei grandi investimenti nell’Est.

Se negli anni 1980/1989 la crescita complessiva della Germania Ovest era stata in media dell’1,8%, negli anni successivi alla riunificazione i tassi di crescita sono molto più alti, in particolare un più 4,5% nel solo 1990 e un più 3,2% nel 1991; ovvero un effetto immediato sull’economia nazionale tedesca.

Ma il Mezzogiorno ha conosciuto anch’esso un suo periodo d’oro. Si è verificato tra il 1950 e il 1973 (il più alto tasso di crescita dal 1861 in poi). Nel 1973 il Pil pro capite del Sud arrivò al 60,5 di quello del Centro-Nord (quasi otto punti in più rispetto al 1950, all’avvio della Cassa del Mezzogiorno, quando era fermo al 52,9) un risultato mai più raggiunto negli anni successivi. I progetti di investimenti nella prima fase erano rigorosi, i tecnici di alto livello. Poi subentrò il clientelismo, la crisi petrolifera e a poco si lasciò perdere tutto.

E ora? Cospicue risorse pubbliche arriveranno dall’Europa, come arrivarono nel secondo dopoguerra dai prestiti americani e internazionali (il cosiddetto piano Marshall). Fu grazie a quei prestiti che si avviò una politica straordinaria per il Mezzogiorno che diede una svolta all’economia italiana.

Tra l’altro investire al Sud è conveniente per l’intera Nazione. La Svimez ha calcolato che per ogni euro investito nel Sud 40 centesimi tornano all’economia del Centro-Nord in termini di beni e servizi per le imprese settentrionali; al contrario, per ogni euro investito nel settentrione solo 6 centesimi ritornano nel meridione.

Draghi ha davanti a sé la possibilità di ripetere un nuovo miracolo economico. La nazione ha bisogno di una strategia che inglobi il suo Sud. D’altra parte le risorse europee sono tante proprio perché assegnate sulla base delle difficoltà economiche delle regioni meridionali. L’Italia non ce la farà a riprendersi riattivando un solo motore produttivo; ha la possibilità di accenderne un secondo che renderà più veloce ed efficiente il primo. Far crescere il Sud è un affare per l’economia italiana.

L’occasione si ripresenta. Come nel secondo dopoguerra, come in Germania.

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