Il benessere del Nord dipende dalla crescita del Sud

Vi proponiamo un ottimo articolo di Gianfranco Viesti, pubblicato qualche giorno fa sull’ultimo numero di Limes, con un ampio estratto delle parti a nostro avviso piu’ salienti, in fondo trovate il link dell’articolo completo.

Fra le debolezze più intense e più radicate dell’Italia vi è certamente l’asimmetria territoriale dei suoi processi di sviluppo. A partire dalla circostanza che i livelli di reddito e di occupazione nelle regioni del Sud siano molto inferiori a quelli del resto del paese. Nel ventennio queste disparità non si sono ridotte. Anzi, si sono messe in moto alcune dinamiche in parte nuove, preoccupanti, legate al calo della natalità e all’invecchiamento della popolazione, all’emigrazione di molti giovani, anche ad alta qualificazione, a fronte di un apporto immigratorio relativamente contenuto, minore rispetto al resto del paese. 

Il XXI secolo si è caratterizzato per significative tendenze alla polarizzazione dello sviluppo economico, tanto nelle aree urbane più forti quanto in regioni e paesi emergenti con costi di produzione particolarmente bassi.

Il presente e il futuro delle regioni è plasmato dall’economia e dalla tecnologia. Questo quadro mette in particolare difficoltà molte aree dell’Europa meridionale: in primo luogo il Sud, arrivato al XXI secolo senza un’ampia base industriale su cui innestare la nuova economia dei servizi.

Tuttavia, queste dinamiche non sono deterministiche. Nessuna area è condannata a essere periferia per sempre. Ma per mutare la propria collocazione non può fare affidamento sulla buona sorte o sui mercati. Deve mettere in atto con pazienza e lungimiranza quelle politiche pubbliche che possano mutarne le caratteristiche strutturali, dall’incremento dell’istruzione delle sue forze di lavoro al potenziamento delle reti e dei servizi necessari a una più ampia circolazione delle idee, delle persone, delle merci, dei servizi.

Si è rafforzata la convinzione che nel Mezzogiorno le politiche pubbliche siano impotenti. Così, le politiche di sviluppo territoriale sono divenute principalmente argomento da campagna elettorale. Mai, nell’intero ventennio, sono state al centro dell’attenzione dell’agenda politica e degli interessi delle classi dirigenti del paese.

L’Italia ha attraversato nell’intero ultimo decennio un lungo periodo di riduzione della complessiva capacità di intervento dello Stato, anche a causa dei problemi del bilancio pubblico e delle regole europee del Patto di stabilità. E una loro crescente frammentazione Regione per Regione, senza che i poteri centrali, esecutivo e legislativo, fossero in grado di definire quegli indirizzi generali, quelle scelte d’insieme volte a renderle più omogenee e più efficaci. In questo quadro è maturata una forte competizione, anche in chiave territoriale, per l’acquisizione delle decrescenti risorse collettive disponibili. Questa competizione si è tradotta in un insieme di scelte fortemente asimmetriche, sempre a vantaggio delle aree più forti del paese e a svantaggio delle altre. 

Nulla è cambiato nel sistema scolastico, nel quale grazie alle differenti capacità di spesa degli enti locali un bambino del Sud arriva ai dieci anni con un investimento formativo molto minore, derivante dalla mancata frequenza dei nidi e dall’assenza del tempo pieno nelle elementari. Il sistema universitario è stato volutamente e fortemente riconfigurato selettivamente a danno degli atenei del Centro-Sud e del Nord periferico. Le reti e i trasporti ferroviari hanno conosciuto un forte, positivo sviluppo lungo gli assi dell’alta velocità ma un’assenza di investimenti e una forte contrazione dei servizi nel resto del paese: in quasi tutto il Sud ma anche, daccapo, in vaste aree del Centro e del Nord periferico. I meccanismi di finanziamento degli enti locali e delle Regioni, sono rimasti ancorati a una spesa storica che favorisce sistematicamente le aree più forti, senza che i «livelli essenziali delle prestazioni» (cioè i diritti ai servizi di tutti gli italiani, indipendentemente da dove vivono) previsti in costituzione siano stati mai definiti 

Il tutto accompagnato da una persistente retorica del «merito», secondo la quale è opportuno «premiare i migliori». Dove la definizione di «migliore» è sempre assai soggettiva, basata su numeri che non tengono conto di situazioni e dotazioni strutturali assai differenti. E dalla retorica dello «sgocciolamento», per cui premiare i ricchi fa il bene dei poveri, perché il benessere poi si trasmette dai primi ai secondi: tesi suggestiva, ma che trova pochissimi riscontri nella realtà. 

È su questa Italia che si è abbattuto il Covid-19. Mettendo in crisi alcune radicate certezze, dall’efficienza del sistema sanitario lombardo all’opportunità di un paese largamente in mano ai presidenti delle Regioni, alla capacità del mercato di allocare sempre e con efficienza le risorse disponibili. E che, complice l’immediata occasione di definire il Piano di rilancio, sta riportando la discussione sul ruolo delle politiche pubbliche in tutte le aree del paese. 

È, appunto, una finestra di opportunità: per progettare e poi progressivamente costruire un paese più coeso socialmente e più forte economicamente, a tutte le latitudini. Non è certo che si riesca a sfruttarla. Si tratta di ricominciare a pensare in una prospettiva temporale molto più lunga in un paese abituato a contese politiche di brevissimo periodo, concentrato su strumenti e iniziative volti a ottenere un immediato consenso da parte degli interessati. Un Paese in cui, a esito in particolare delle politiche dell’ultimo decennio, mancano quadri programmatori delle grandi politiche pubbliche: gli obiettivi della scuola, o del sistema sanitario italiano, fra dieci anni – dunque è più difficile costruire linee di progetto coerenti.

Perché nessun paese può crescere senza il contributo di una parte così importante dei suoi cittadini e dei suoi territori. Ma questo contributo può essere effettivo solo se progressivamente si creano le condizioni, come avviene in altre aree europee a partire dai Länder orientali della Germania, perché questo avvenga. Cominciando a ridurre quelle fortissime disparità nelle condizioni in cui avviene l’attività di impresa (a cominciare dalla perequazione di quelle infrastrutturali, materiali e immateriali) e dalla riduzione dei forti divari civili nell’istruzione, nella salute, nel welfare. Perché gli investimenti nelle aree più deboli di ciascun paese hanno un effetto moltiplicatore, cioè la capacità di indurre sviluppo a cascata, come la stessa bozza del Piano di rilancio esplicitamente riconosce. La crescita delle Regioni più arretrate, del nostro Sud, attiva produzione e importazioni da quelle più forti; fa crescere l’attività economica in tutto il paese. 

Nella logica europea del Next Generation, disegnata dall’intesa franco-tedesca, il benessere delle aree più forti d’Europa non viene dall’appropriarsi della quota maggiore delle risorse. Al contrario, dall’averle destinate alle aree più in difficoltà, per stimolarne la ripresa e giovarsi indirettamente del loro sviluppo attraverso i canali dell’integrazione commerciale. Il benessere della Germania dipende dalla ripresa dell’Italia e della Spagna, e quindi dalle nuove prospettive che le imprese tedesche potranno trovare in quei mercati. In un’area profondamente integrata come quella europea, il benessere dei più forti dipende dalla crescita dei più deboli. 

Se ne possono individuare esempi in tutti i grandi assi del Piano di rilancio. La transizione energetica può trovare nel Mezzogiorno terreno ideale. Un forte potenziamento delle innovazioni dei processi, anche a matrice digitale, può moltiplicare produttività e produzione nell’agroalimentare del Sud. I porti del Mezzogiorno possono presentare condizioni ideali, anche alla luce delle nuove condizioni internazionali a partire dal raddoppio di Suez, non solo per essere le porte di una parte importante del paese per i commerci intercontinentali, ma anche i luoghi per un’ottimale localizzazione di attività logistiche, di trasformazione, di assemblaggio finale. I tanti interventi del Piano che ricadono nelle aree urbane, se integrati in programmi coerenti città per città, possono produrre quelle condizioni necessarie per la nascita e lo sviluppo di nuove imprese terziarie, oggi largamente assenti anche e soprattutto nelle medie e grandi aree urbane del Sud e del Centro-Sud; possono intervenire per cominciare a risanare, con servizi e strutture per i cittadini, le grandi periferie.

In un paese in cui per tutto il XXI secolo non è mai partito un treno che collegasse direttamente le due maggiori città del Mezzogiorno continentale, Bari e Napoli, e in cui si va da Palermo a Catania in condizioni ottocentesche (e in più tempo di quello necessario per raggiungere Roma da Milano), il potenziamento di una nuova mobilità sostenibile, fra le città e nelle città, può determinare un salto nella possibilità di circolazione delle idee, delle persone, delle merci, dei turisti. Assai più con potenziamenti, elettrificazioni e nuovi servizi che con ipotesi di opere faraoniche. Mettere a disposizione dei bambini piccoli del Sud (e indirettamente delle loro madri) più posti negli asili nido e più scuola elementare a tempo pieno significa investire su nuovi cittadini non solo più istruiti ma anche più in grado di partecipare alla vita collettiva. Su tutti questi aspetti non mancano proposte concretissime: da quelle di Legambiente su energia e mobilità a quelle della rete EducAzioni sull’istruzione

Vi è dunque un problema di quanto e di che cosa. Lo si vedrà con la versione definitiva del Piano di rilancio che sarà inviata a Bruxelles. Quel che conterà non saranno le dichiarazioni di principio, i grandi indirizzi enunciati. Conteranno i particolari: gli effettivi progetti individuati e la loro localizzazione. Soprattutto la circostanza che per ogni progetto, in ogni luogo, siano individuati i risultati attesi. Conterà cioè non solo quanto si spenderà: decisivi saranno gli effettivi miglioramenti che si determineranno, definiti con indicatori quantificati e misurabili. 

Vi è naturalmente un problema di chi e come. Il Piano sembra instaurare un rapporto diretto fra le strutture centrali e i soggetti esecutori, tagliando l’intermediazione delle Regioni. Se confermato, questo potrebbe portare in tutto il paese, e in particolare nel Mezzogiorno, ad accrescere l’efficacia di quel che si farà. A cinquant’anni dall’avvio delle Regioni e a venti dalla riforma costituzionale, il regionalismo italiano va infatti attentamente ricalibrato. Non immaginando impossibili ricentramenti, ma ridefinendo compiti e ruoli. Con un centro che disegna le grandi linee delle politiche per l’intero paese e garantisce l’eguaglianza nei diritti di cittadinanza e le amministrazioni regionali che abbandonano pretese da Stati sovrani e si dedicano, in un paese così differenziato come il nostro, a adattare e concretizzare le grandi scelte in base alle condizioni locali. 

Saranno in grado i soggetti attuatori di rispettare i tempi con la qualità necessaria? Allo stato attuale, c’è purtroppo da dubitarne. Il Piano potrà raggiungere i suoi obiettivi solo se determinerà parallelamente un loro potenziamento, a partire dalle strutture che necessariamente rivestiranno un ruolo cruciale nella sua esecuzione, e cioè le amministrazioni comunali. Anche su questo non mancano proposte precise, attuabili, come quella del Forum disuguaglianze diversità

Non sarà una passeggiata. Né costruire il Piano definendo i progetti né attuarlo. Ma il nodo di fondo resta politico. Epidemia e politiche per il rilancio creano un’occasione per un ripensamento dell’Italia «come la conosciamo». Ma fare questo significa riportare al centro dell’attenzione, e della concreta azione delle politiche, il ruolo del Mezzogiorno nella società e nell’economia nazionale. 

A roposito della mappa di Laura Canali:

“Questa mappa offre una rappresentazione della realtà geopolitica soggiacente all’etichetta «Mezzogiorno» con cui siamo soliti designare la metà meridionale della penisola. Come emerge chiaramente, al Sud sono qui ascritte anche le isole maggiori e parte di quello che a fini statistici è di norma considerato Centro, ma che per molti aspetti compartecipa di dinamiche prettamente meridionali.”Citazione tratta da “Il senso geopolitico del Sud“, presente in Limes 5/18 “Quanto vale l’Italia”.

L’articolo integrale:

https://www.limesonline.com/cartaceo/il-benessere-del-nord-dipende-dalla-crescita-del-sud

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